| |

PREMIO INTERNAZIONALE CITTÀ DELLA PACE Rovereto 9 - 12 luglio 2009
Il "Premio Internazionale Città della Pace" è stato istituito dalla Fondazione Opera Campana dei Caduti in quanto previsto dall’art.1 della Legge 24 febbraio 2006, n. 103 "Disposizioni concernenti iniziative volte a favorire lo sviluppo della cultura della pace". Il premio è il frutto di una attenta ricerca tesa a far conoscere, a valorizzare ed a rendere visibili quelle comunità, piccole o grandi che siano, che si contraddistinguono concretamenete nell'importante creazione, sviluppo e affermazione di un'autentica "cultura di pace". In questa prima edizione è stata insignita del Premio Internazionale Città della Pace la comunità di Acupe, Salvador de Bahia (Brasile). Questa cittadina di così ridotte dimensioni demografiche è stata volutamente scelta proprio in strettissima relazione alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo (di cui lo scorso anno ricorreva il 60° anniversario) come segno di particolare incidenza nel passaggio dalla schiavitù alla libertà e alla democrazia, il tutto unificato dall’anelito alla pace. ACUPE DI SANTO AMARO Acupe è una piccola comunità situata nella regione della "Bahia di tutti i Santi", chiamata Recôncavo, distante circa 90 km dalla capitale Salvador. Nasce da un Quilombo, una comunità formata da schiavi africani fuggiti dalle piantagioni in cui erano prigionieri in Brasile all'epoca della schiavitù. Una volta scoperti i Quilombos venivano repressi in modo estremamente violento al fine di impadronirsi dei beni di questi fuggitivi e dissuadere gli altri schiavi dal seguirne le gesta. Nascoste nelle foreste, in luoghi di difficile accesso, queste comunità continuarono ad esistere grazie al loro isolamento, accogliendo quei neri abbandonati dai proprietari terrieri, anche dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù del 13 maggio 1888. Dalla cultura degli abitanti di Acupe, che sono tutti neri o meticci, deriva una delle più importanti radici sincretiche della cultura afro-brasiliana contemporanea. Oggi Acupe preserva una vita culturale primitiva e una tradizione forte rappresentata dai "Nego fugido", un gruppo di circa 40 elementi che si è formato all’epoca della fine della schiavitù e che ha creato una forma di opera popolare, che racconta il processo di liberazione degli schiavi in Brasile, e che si è trasmessa in modo autentico di generazione in generazione.
La comunità di Acupe vive ancora oggi in difficili condizioni di vita; è un distretto povero, la cui economia è basata sulla coltivazione della terra per ricavarne prodotti destinati all’alimentazione della famiglia, sulla pesca e sull’artigianato. I NEGO FUGIDO La rappresentazione artistica dei Nego Fugido si tramanda da più di 100 anni e le sue radici sono intimamente legate al periodo coloniale e imperiale del paese, quando l’economia si basava sul lavoro degli schiavi. Si tratta di un’opera popolare, messa in scena da adulti e bambini all’aria aperta, la cui produzione è totalmente a carico degli abitanti. Lo spettacolo si anima al suono di atabaques e agogôs, canti che mescolano la lingua portoghese con quella yorubá e danze nate dal candomblé. I Nego Fugido, durante le danze drammatiche che compongono lo spettacolo, rappresentano i loro antenati schiavi, ricreando la loro storia con il perdono dei loro aguzzini. Per i suoi partecipanti, lo spettacolo è un gioco, una rielaborazione della persecuzione, della cattura e della liberazione degli schiavi in Brasile.Lo spettacolo è composto da 40 partecipanti, suddivisi in vari personaggi: i "Negas" (interpretati da bambini), cacciatori (personaggi incaricati della cattura dei "Negas"), il "Capitão do Mato" (un uomo cattivo, un gradasso, che guida i cacciatori alla cattura degli schiavi), il Re (che rappresenta il potere dello Stato) e la Fata Madrina (che rappresenta la Principessa Isabel, che ha promulgato la legge che ha abolito la schiavitù in Brasile). Lo spettacolo racconta la fuga degli schiavi che vengono perseguitati dal "Capitão do Mato" e dai suoi cacciatori. Durante il percorso per le strade di Acupe, gli schiavi raccolgono i soldi offerti dagli spettatori. La somma raccolta simboleggia i donativi destinati all’acquisto dei titoli necessari per ottenere la libertà. (Con questi soldi i partecipanti finanziano il loro spettacolo). Appare poi il re che rappresenta la giustizia, accompagnato dal "Capitão do Mato" e dalla Fata Madrina. Nella rappresentazione, il re rifiuta di concedere il titolo di liberazione dalla schiavitù e viene colpito dai cacciatori, insorti contro tale ingiustizia. Il re viene arrestato e i soldati scappano. La madrina chiede pace. Costretto dagli schiavi e dai cacciatori, il re ordina al "Capitão do Mato" di leggere il titolo del riscatto. Questo è il gran finale: la conquista della libertà, possibile attraverso l’azione degli stessi schiavi. Così gli abitanti di Acupe riscrivono la storia della schiavitù in Brasile, inserendosi come artefici della loro liberazione. Sia l’abbigliamento (fatto di foglie di banana e tessuti semplici), che il trucco vengono fatti dagli abitanti. Con i loro visi dipinti di nero (un impasto di carbone e olio), bocche e lingue molto rosse (dipinte con pigmenti naturali per bibite o fatte con carta crespa masticata), gli attori vanno per le vie senza una direzione definita. La regia della rappresentazione è collettiva e lo spettacolo comincia con il suono di strumenti a percussione come "atabaques" e "agogôs", mischiando samba-de-roda e candomblé.Visita la galleria fotografica: clicca qui> |