Al momento in cui il presente numero della «Voce di Maria Dolens» si renderà disponibile in rete, gli echi della XXXII Olimpiade estiva di Tokyo si saranno inevitabilmente stemperati in quanto sostituiti da temi di maggiore attualità, come è normale in una società come la nostra che “brucia” rapidamente ogni tipo di notizia. Del resto le drammatiche e pressoché insostenibili immagini pervenuteci in coincidenza con il nostro Ferragosto dall’aeroporto di Kabul, evoca-trici di un’altra indimenticata, tragica evacuazione avvenuta quasi 50 anni fa a Saigon (ora Ho Chi Minh City) mettono in evidenza come il concetto di “tregua olimpica” appaia anche oggi conservare un suo significato.

Anche con questa premessa, ritengo opportuno dedicare alcune riflessioni a una manifestazione sportiva caratteriz-zata da una gestazione probabilmente unica, sotto l’aspetto delle difficoltà organizzative, esposta sino alla vigilia alla spada di Damocle del possibile annullamento, ma in grado di trasformarsi, sovvertendo i pronostici di molte Cassan-dre, in un evento di incontestabile successo, mediatico e valoriale.

Successo in primo luogo sportivo, in quanto non può non costituire motivo di legittimo orgoglio l’incetta di medaglie (la maggiore di tutte le competizioni olimpiche) conquistata dall’Italia. Ad essa, e qui si entra in una dimensione deci-samente “campanilistica”, ha contribuito lo splendido oro del velista Ruggero Tita, primo atleta trentino a conquistare il gradino più alto del podio in una Olimpiade estiva.

In secondo luogo, e soprattutto, successo di immagine per tutte le entità direttamente coinvolte (padroni di casa giapponesi, membri del Cio, delegazioni nazionali) per non avere in nessun momento ceduto le armi di fronte all’avversario in assoluto più subdolo e temibile del momento, la pandemia. Quest’ultima, che aveva già ottenuto vit-torie parziali nel fare rinviare di 12 mesi il calendario delle competizioni e nel costringere gli atleti a gareggiare da-vanti a spalti tristemente semivuoti, nulla ha potuto opporre alla forza dello sport, rafforzata da fortissimi sentimenti di condivisione e solidarietà.

La posta in gioco era, d’altronde, molto alta. Cancellare dalla storia (non solo sportiva) «Tokyio 2020» avrebbe equi-valso a elevare il virus COVID-19 al livello di tragicità dei due conflitti mondiali del secolo scorso, sin qui i soli re-sponsabili dell’annullamento di tre edizioni dei Giochi (quelle fissate nel 1916, 1940 e 1944). Anche trascurando le numerosissime singole carriere per sempre infrante, l’interruzione di 8 anni della maggiore competizione sportiva mondiale avrebbe creato un serissimo vulnus allo “spirito olimpico”. Esso si sostanzia, fra l’altro, anche in una pro-gressiva, maggiore partecipazione delle Nazioni al medagliere (nei precedenti Giochi di Tokyo, svoltisi nel 1974, vi avevano avuto accesso solo 35 Paesi, saliti ai 48 di Seoul 1988, passati agli 82 di Londra 2012 per arrivare agli attuali 93).

Su questo sfondo, sono convinto che gli effetti della XXXII Olimpiade non mancheranno di riflettersi positivamente, tanto in Italia come negli altri Paesi, sulla nostra vita di tutti i giorni. La determinazione (da non confondersi con la temerarietà) e il rispetto delle regole (attraverso un attivo recepimento delle stesse) che tutti gli atleti partecipanti hanno dimostrato di possedere, potranno aiutarci nel percorso, ancora una volta non privo di ostacoli, che saremo chiamati ad affrontare alla ripresa dell’attività, dopo l’intervallo dell’estate. Ripresa che, tanto sui luoghi di lavoro co-me negli ambienti della scuola, nella frequentazione di eventi culturali come nei luoghi di aggregazione sociale e as-sociativa, auspichiamo possa avvenire all’insegna di una ritrovata “normalizzazione”, grazie al sempre più ampio e convinto ricorso alla vaccinazione.

L’osservazione finale è riservata a Maria Dolens, la quale, nel seguire le gare olimpiche con la tradizionale imparziali-tà, ha espresso con il suo linguaggio, il suono, il proprio compiacimento nel prender atto di come i componenti della vittoriosa staffetta italiana della 4x100 fossero, nell’ordine di partenza, un ragazzo sardo, un bresciano nato in Texas, un cremonese con genitori nigeriani e un lombardo di origini isolane. Insomma, un adeguato spaccato dell’Italia mul-tietnica di oggi.

 

Il Reggente, Marco Marsilli