All’interno dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile si definiscono, tra i 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030, l’obiettivo 5 e 10 focalizzati il primo sul «raggiungimento della parità di genere» e, il secondo, sulla «riduzione delle disuguaglianze».

La prima domanda che viene naturale porsi è quale legame unisca il concetto di sviluppo sostenibile a quello di parità di genere e di riduzione delle diseguaglianze. L’intreccio sta nel fatto che lo sviluppo sostenibile non è uno sviluppo economico qualsiasi ma uno sviluppo economico che deve essere giusto. Da un punto di vista culturale, questa è una grande novità: per la prima volta, proprio con l’Agenda 2030, si stabilisce il principio dell’interdipendenza tra dimensione economica e dimensione etica, in una prospettiva che riconosce la stretta relazione tra la prima - cioè il mondo dei fatti - e la seconda - cioè il mondo dei valori.

Per la prima volta, con l’Agenda 2030, si stabilisce il principio dell’interdipendenza tra dimensione economica e dimensione etica

L’esistenza di questo nesso non era certo sconosciuta prima del 2015, ma il principio viene da quel momento indicato come uno dei motori principali dell’azione della comunità internazionale. Una società sostenibile è pertanto quella in cui agli obiettivi tradizionali di ordine economico, come la promozione delle attività produttive, l’aumento dell’occupazione, dei salari, ecc. si affiancano quelli di ordine etico, cioè di giustizia sociale, di riduzione della povertà raggiunti grazie alla inclusività, alla valorizzazione delle differenze e alla pari opportunità tra i generi.

Una seconda domanda altrettanto legittima è quanto si sia oggi realmente vicini o lontani dalla parità di genere. La risposta non è certo incoraggiante, sia a livello globale che regionale. Data la situazione attuale si stima che, procedendo al ritmo attuale, ci vorranno 135.6 anni per colmare il gap di genere a livello mondiale anche se, ovviamente, la situazione muta molto da Paese a Paese. Sebbene in nessuno Stato si sia ancora raggiunta tale parità, ve ne sono alcuni molto più virtuosi rispetto ad altri: Islanda e Finlandia, per esempio, hanno coperto l’85% del loro gap e altri sette - Lituania, Namibia, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia, Ruanda e Irlanda - sono circa all’80%. Sempre sul piano globale, la situazione peggiora via via che si ascende a ruoli professionali apicali: su 156 Paesi esaminati le donne rappresentano per esempio soltanto il 26.1% di circa 35.500 posti di parlamentare e solo il 22.6% di circa 3400 ministri nel mondo. In 81 Paesi non vi è mai stato un Capo di Stato donna. A questo ritmo il World Economic Forum calcola che ci vorranno 145.5 anni per colmare il divario ai livelli professionali più alti.

Per quanto riguarda più nello specifico il caso dell’Unione europea le differenze di e tra i generi persistono e in alcuni domini sono ancora maggiori rispetto a dieci anni fa. Con un punteggio medio di 67,9 (per quanto riguarda l’uguaglianza di genere) l’Ue è ancora lontana dal raggiungimento della piena parità. Per non considerare poi le differenze che vi sono anche qui tra Paese e Paese.

La terza domanda che nasce allora spontanea è quale sia la situazione nel nostro Paese ma anche qui i dati non sono positivi, tanto più dopo il manifestarsi della pandemia che ha messo maggiormente in luce criticità già esistenti. Nonostante i numerosi passi in avanti compiuti a livello globale, le donne italiane hanno molte più difficoltà, rispetto agli uomini, ad accedere al mondo del lavoro, a percepire salari coerenti con le proprie competenze e a raggiungere posizioni apicali in ambito professionale. Se, a livello mondiale, Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia si collocano appunto ai primi posti, l’Italia si posiziona al 76o con un punteggio di 0.707, tra Thailandia e Suriname, perdendo tra l’altro nel 2021, soprattutto a causa della pandemia, ben 6 posizioni rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda la parità salariale siamo al 125o posto tra i 156 Stati esaminati. I bassi livelli occupazionali delle donne italiane sono connessi alla difficoltà di conciliazione dei tempi di vita e alla doppia presenza. Il loro tasso di occupazione equivalente a tempo pieno è pari al 31%, la loro retribuzione media mensile è di quasi un quinto inferiore rispetto a quella degli uomini con guadagni in media del 18% in meno rispetto a questi ultimi. Secondo l’Ispettorato nazionale del lavoro, le donne che nel 2018 hanno consegnato le dimissioni per provvedere ai figli sono state 24.618. Un numero esorbitante di lavoratrici costrette alle dimissioni a causa degli alti costi degli asili-nido, della pressoché totale assenza di servizi di welfare e dell’allungamento della vita professionale, che ha reso difficoltoso persino il coinvolgimento dei nonni nella cura dei bambini. A rendere ancora più impietosa questa fotografia è il confronto con il numero di uomini costretti alle dimissioni nello stesso periodo di tempo: 7.859 padri dimissionari, di cui solo 2.250 mossi da motivazioni di carattere familiare e non strettamente professionale.

Anche a livello europeo l’Italia è uno dei Paesi in cui la disparità di genere sembra incidere in maniera più capillare. I dati raccolti dall’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) ci informano che prima della pandemia, nel 2019, a livello comunitario, l’occupazione femminile si era attestata al 67,3%. Al vertice della classifica, brillavano i risultati dell’Islanda e della Svezia, la prima con l’83% e la seconda con il 79,7% della popolazione femminile tra i 20 e i 64 anni attiva nel mondo del lavoro. L’ultima posizione era occupata dalla Grecia, con una percentuale di lavoratrici in attività pari al 51,3%, poco più sopra l’Italia, con un tasso di occupazione femminile del 53,8%. In fondo alla classifica anche Cipro, Malta, Turchia e Macedonia del Nord.

La situazione è tanto più singolare se si considera gli ottimi risultati scolastici ottenuti dalla componente femminile della popolazione italiana. Un rapporto dell’Istat sui livelli di istruzione e i ritorni occupazionali del 2019 ha permesso di far luce sulle caratteristiche della popolazione scolastica italiana. I dati hanno evidenziato una contraddizione che indica come la discriminazione sia una criticità determinata da profonde cause endogene. A ben vedere, infatti, in Italia le donne sono più istruite degli uomini: il 64,5% di esse è in possesso di un diploma di scuola superiore contro il 59,8% degli uomini; a possedere una laurea, invece, è il 22,4% della popolazione femminile in età lavorativa, contro il 16,8% di quella maschile. Tuttavia, spostando la lente di ingrandimento sui ritorni occupazionali, si evince una netta inversione di tendenza. A lavorare è il 56,1% delle donne contro il 76,8% degli uomini, sebbene lo svantaggio occupazionale si riduca all’aumentare del livello di istruzione. Dunque, a patire gli effetti più avversi della discriminazione di genere sarebbero le donne con titoli di studio inferiori, ma, in ogni caso, la presenza femminile diminuisce comunque all’aumentare del livello gerarchico. Le analisi dell’Istat mettono dunque in luce una discriminazione nel mercato del lavoro sia di tipo orizzontale che verticale.

A livello europeo l’Italia è uno dei Paesi in cui la disparità di genere sembra incidere in maniera più capillare

Con la pandemia la situazione è nettamente peggiorata poiché il Covid ha amplificato l’asimmetria esistente tra gli uomini e le donne, che si sono trovate a dover gestire il lavoro a distanza in situazioni familiari che spesso sono gravate sulle loro spalle. I dati Istat non lasciano spazio a dubbi: a dicembre 2020, di 101.000 licenziamenti, 99.000 hanno interessato donne, il 98%. Questi dati, già di per sé drammatici, assumono una valenza ancora più emblematica tenendo in considerazione quelli relativi a tutto il 2020: dei 444.000 occupati in meno registrati in Italia in tutto il 2020, il 70% è costituito infatti da donne. È la fotografia di un Paese che continua a fare i conti con la piaga endemica della discriminazione di genere. Le problematiche, dunque, erano già presenti e il Covid-19 le ha rese ancor più manifeste: vittime di antichi stereotipi e di una concezione della società ancora fortemente sessista, le donne italiane sembrano essere relegate a mansioni caratterizzate da bassi livelli salariali e risibili tutele contrattuali, a prescindere dai livelli di istruzione. È evidente, allora, come l’alto tasso di disoccupazione femminile generato dalla pandemia sia figlio di problemi che vanno ben oltre l’emergenza sanitaria. Le cause strutturali della segregazione femminile hanno a che vedere con problematiche di natura culturale difficili da sradicare sulle quali è necessario riflettere a fondo per agire al meglio.

 

Elena Dundovich, Università di Pisa

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