Era il 1921, e l’opera di ricostruzione della terra trentina, da poco redenta e unita alla patria italiana, era appena iniziata mentre le ferite aperte dal conflitto mondiale non erano ancora del tutto rimarginate. Tra i roveretani che tornavano dall’ esilio dei campi profughi molti ricevettero il primo aiuto da un sacerdote roveretano, don Antonio Rossaro, che aveva fatto condurre da Rovigo numerosi automezzi di viveri e coperte. Accanto alla faticosa opera di ricostruzione delle case e degli edifici pubblici bombardati, come pure alla rinascita economica e politica, prese forma anche il “culto della memoria” e il ricordo dei caduti. In pochi anni sorsero così in tutti i paesi ex –belligeranti migliaia di monumenti, cimiteri di guerra, mausolei, ossari e quant’altro contribuisse al “ricordo” e con esso all’amor patrio.

A Rovereto i cimeli, gli oggetti e le testimonianze di una guerra la cui eco non si era ancora spenta, vennero raccolti e conservati come reliquie nel primo e più grande Museo Storico Italiano della Guerra , che si insediò nel veneto castello della città.

Esso nacque non solo allo scopo di documentare la prima guerra mondiale, intesa come una sorta di “guerra di liberazione” di un popolo oppresso, ma anche come “custode” dell’identità nazionale italiana. Infatti, nelle intenzioni dei fondatori (vecchi irredentisti con forte carica antiaustriaca) l’obiettivo era quello di celebrare le glorie patriottiche proponendole alla popolazione come modello a cui ispirarsi.

L’idea di fondare un Museo Storico della Guerra fu di alcuni roveretani, Giuseppe Chini, Giovanni Malfer, Antonio Piscel e appunto don Rossaro, e fu formalizzata nella riunione del comitato promotore del 23 agosto 1920. I lavori di risistemazione del castello furono finanziati dal Municipio nel gennaio 1921 ed il 12 ottobre dello stesso anno i Sovrani d’Italia visitarono le prime sale nel giorno della solenne inaugurazione. Don Rossaro stesso racconta nel suo libro La Campana dei Caduti come ne concepì l’idea riprendendola dal diario definito “Albo storico della Campana dei Caduti”.

Alcuni mesi prima del suo trasferimento a Rovereto , il 5 maggio 1921, passeggiando sotto l’Arco della Pace a Milano, lesse in un giornale che in quello stesso momento in tutta la Francia migliaia di cannoni stavano celebrando il centenario della morte di Napoleone: “Sotto la volta dello storico arco stavo assorto col pensiero nel folgorio di quell’epoca, quando d’un tratto, alzando lo sguardo ad un tramonto di fiamma, così bello verso il Resegone, fui sorpreso dal suono dell’Ave Maria di un vicino Convento. Il mio cuore si trovò subito travolto da un tumulto di armi e di canti claustrali, fra due mondi cozzanti fra loro, quello della Guerra e quello della Pace.


Lontano, i rombi del cannone si dileguavano nell’immensità dell’orizzonte; vicino, lo squillo di una campanella si sperdeva nelle misteriose ragioni del cuore”. Nacque così l’idea di una campana fusa con il metallo dei cannoni che suonasse per tutti i caduti, vittime della guerra. Più asciutta e meno poetica è la descrizione che ne fa nel diario alla data del 5 maggio 1921: “Splendido tramonto presso l’Arco della Pace a Milano. Nell’ aria tiepida e luminosa c’è l’oscillio d’una lontana campanella. Non si potrebbe pensare ad una campanella della pace sul castello di Rovereto? Ritornato a casa ripenso. O una campanella d’argento per la pace, o una grande campana pei caduti. La Campana dei Caduti sarà la più grande del Trentino”. Una Campana che doveva essere di 35-40 quintali: la più grande del Trentino appunto. L’idea fu poi elaborata e la Campana da 40 quintali,

venne ben presto portata a 50 e poi a 70, quindi a 90 ed in fine a 110 quintali.

L’iniziativa venne presentata alla direzione del Museo della Guerra nella seduta del 20 maggio 1921: “Il Presidente espone l’iniziativa di don Rossaro di ottenere dalle madri e vedove dei Caduti una grande campana da collocarsi in Castello perchè tutte le sere suoni l’Avemaria per i nostri Caduti. All’uopo, data insufficiente resistenza dell’attuale torre, se ne dovrebbe costruire un’altra, nello stile architettonico del Castello, e capace di sostenere la pesante Campana…” L’idea non fu da tutti bene accolta, ma don Rossaro non si perse d’animo.

Costituì un Comitato d’Onore formato da importanti personalità e un Comitato Esecutivo “Pro Campana dei Caduti” composto da don Rossaro stesso, presieduto dal comm. Augusto Sartorelli, presidente dell’Ossario di Castel Dante da altre personalità, quali il dott. Luigi Paoli, il direttore della Cassa di Risparmio, cav. Osvaldo Masotti, consigliere comunale, e il dott. Ezio Dusini, l’ing. Francesco Tommazzolli, il rag. Melchiade Endrizzi e l’arch. Giovanni Tiella. Pochi mesi dopo ottenuto il patrocinio della Regina madre, Margherita di Savoia, annunciò l’inizio di accordi con le nazioni ex belligeranti.

Tra i primi a rispondere furono i Ministeri della Guerra italiano, francese e cecoslovacco. Contemporaneamente lanciò dalle pagine della rivista “Alba Trentina”, nel numero di aprile- maggio 1922, una sottoscrizione nazionale per raccogliere finanziamenti.