Alle ore 16.30 del 12 ottobre 1938 ebbe luogo presso la fonderia Cavadini di Verona il rito dell’inaugurazione per la rifusione della nuova Campana, celebrato dall’arciprete di Rovereto, mons. Virgilio Parteli, alla presenza di un numeroso pubblico. Subito dopo la benedizione un piccolo corteo si portò alla bocca del forno, dove la “piccola italiana” Silvana Rancan recava una coppa d’argento colma di monete inviate dagli Stati ex belligeranti, che le autorità presenti gettarono nel fuoco.

Il fonditore, a quel tempo, lanciò il grido rituale, ”In nome di Dio”, cui seguì l’apertura della bocca del forno. Ma il metallo liquido, rigurgitato dalla fornace, nell’urto della colata ruppe violentemente la forma: si dovette perciò sospendere il lavoro.

Fu un grande momento di rammarico per don Rossaro che ricordò le parole del generale Cadorna dopo la sconfitta di Caporetto: ”Le sconfitte sono fatte per le vittorie”. Fu perciò necessario ripetere la fusione, e per questo secondo tentativo venne ingrandita la fossa e rifatta la forma, mentre per la costruzione dell’armatura si utilizzarono duemila mattoni di argilla. Il pomeriggio del 13 giugno 1939 tutto era pronto per la nuova colata. Don Rossaro volle incidere sullo stampo in gesso, in mezzo alla costellazione della corona, un vecchio motto, un’invocazione:

”Va là che la terza volta San Pero la benediss”.

Questa volta la fusione riuscì perfettamente. Tutto avvenne alle 17.25, durò poco più di 6 minuti, e fu lo stesso Cavadini a comunicarlo con un telegramma a don Rossaro, che non aveva voluto assistervi: ”Eureka [sic.], fusione avvenuta felicemente, Vostro protettore mi ha assistito. Firmato: Cavadini”. Da quel giorno ebbe inizio la vicenda della seconda Campana dei Caduti, una campana che aveva raggiunto il peso di 162,80 quintali, con un diametro e un ‘altezza di 3 metri. L’11 agosto 1939 iniziarono i lavori di cesellatura interna, affidati all’incisore Costantino (Tino) Mendini che si era impegnato ad eseguirli entro 45 gironi. Nel frattempo, il 21 agosto, ebbe luogo il collaudo riguardante soprattutto (ed in forma definitiva) il suono.

Erano presenti oltre ai collaudatori ed ai componenti della Reggenza, anche il pittore Angelo Dell’Oca Bianca ed il poeta veronese Berto Barbarani, in qualità di testimoni alla firma del collaudo. Furono eseguiti numerosi rintocchi di prova, che rivelarono un suono potente, ben calibrato, con una tonalità in mi-bemolle. Il lavoro durò circa mezz’ora e dopo una lunga discussione fu steso un verbale che attestò la piena riuscita della fusione da ogni punto di vista. Ma già don Rossaro si era messo al lavoro per organizzare il rientro a Rovereto di Maria Dolens, le cerimonie di accoglienza e della riconsacrazione. Preparò anche questa volta un ”numero unico”, con varie notizie sulla storia della Campana fin dalla sua prima fusione, e fece coniare la medaglia in bronzo della rifusione, riproducente, da un lato, la Campana con tutti i suoi fregi, e dall’altro le date degli annuali dei Caduti.

Per la riconsacrazione di Maria Dolens, don Rossaro pensò di chiedere a tutti i governi degli Stati ex belligeranti di inviare un’ampolla contenente l’acqua di un fiume che aveva legato il suo nome a fatti di guerra della propria Nazione, affinché le acque dei Paesi di tutti i Popoli potessero -partecipare unite al nuovo battesimo. L’idea fu subito accolta con entusiasmo dal Ministro degli Esteri, da tutte le Ambasciate e dai Consolati, in quanto la Campana aveva diffuso per anni il suo messaggio di fraternità universale. Da ogni Paese interpellato ben presto giunsero a don Rossaro le “acque sacre”, prelevate con suggestive cerimonie ed inviate in eleganti ampolle, preziose anfore di tutte le forme e colori, alcune autentiche espressioni artistiche dei luoghi d’origine. La data della consacrazione della Campana piano piano si avvicinava, ed i preparativi procedevano sempre più in un clima in cui spiravano “ venti di guerra”. I continui successi di Hitler sui vari fronti della guerra facevano temere prima o poi l’intervento italiano, soprattutto per evitare di rimanere fuori dal ”tavolo” di una vittoria che ormai pareva certa e rapida. Tuttavia, don Rossaro viveva una grande indecisione: se procedere con la consacrazione della Campana oppure no.

“La guerra continua a menar strage nei paesi colpiti da tale flagello.

“La guerra continua a menar strage nei paesi colpiti da tale flagello.- scriveva- Ho un senso di ripugnanza a pensare ad una celebrazione per la Campana dei Caduti, ma il Ministero la desidera, e per questo l’appoggia in pieno. Del resto, il ritmo della vita in Italia continua indisturbato: basta leggere le cronache cinematografiche e sportive. Un austero e solenne richiamo ai sacrifici degli Eroi non è inopportuno; anzi provvidenziale….” Ma le difficoltà aumentavano via via con l’approssimarsi della data fissata per la riconsacrazione.

Alcuni dei più stretti collaboratori di don Rossaro furono infatti chiamati alle armi, mentre sia l’EIAR, per la radio-trasmissione della cerimonia, che la Film Luce, per le riprese cinematografiche, ritirarono l’adesione precedentemente data. Ormai, però, la decisione era presa e bisognava andare avanti.