Appare piuttosto evidente, dalla osservazione della attualità internazionale così come dalle concordanti analisi dei più qualificati osservatori politici, come l’Europa stia attraversando la fase forse più complessa della sua storia recente. Con tale denominazione mi riferisco, volutamente, al Continente in quanto tale, pertanto a un’area maggiore di quella, pur ampia, rappresentata dalla Unione Europea e dai suoi 27 membri. Dandovi per scontata la presenza della Gran Bretagna, a essa appartengono certamente anche i Balcani occidentali che hanno già da svariati anni presentato la loro domanda di ammissione a Bruxelles, nonché tutti gli altri Stati ugualmente partecipanti alla Champions (mi si permetta il richiamo calcistico) che si stanno predisponendo, con prospettive più o meno indefinite, a farlo.

Un tempo non troppo lontano, la zona europea (o, più propriamente, paneuropea) era ben più vasta, identificata con lo spazio “da Lisbona a Vladivostok“, non a caso coincidente in quel momento con la membership del Consiglio d’Europa, l’organizzazione continentale con sede a Strasburgo preposta alla affermazione dei principi di democrazia, stato di diritto e tutela dei diritti dell’uomo.

Ma, come noto, dal febbraio 2022 la situazione è radicalmente cambiata e anche in Europa, rimasta dal secondo dopoguerra largamente esente dai conflitti armati (se si eccettuano negli anni ‘90 le, purtroppo drammatiche, conseguenze dell’”implosione” della ex Jugoslavia) sono tornati a soffiare, con generale preoccupazione, i venti di guerra.

Su questo quadro di insieme, lo sviluppo temuto da molti è la possibilità che l’Europa sia destinata a un futuro di irreversibile decadenza, in quanto schiacciata dalla sempre più minacciosa affermazione delle super potenze mondiali, portatrici di assetti interni decisamente diversi rispetto a quelli presenti nelle nostre Costituzioni, perché molto sbilanciati a favore di “esecutivi forti”, sottratti a effettivi strumenti di controllo sul loro operato.

Desta in particolare diffusa preoccupazione, dopo la presa di conoscenza della “nuova dottrina di sicurezza americana”, la constatazione che gli Stati Uniti si avviino a ritirare dal nostro Continente quell’ombrello di protezione, composto sia da assets militari che da uomini sul terreno, che lo aveva efficacemente protetto dal 1945 a oggi, scoprendo in tal modo una oggettiva debolezza dell’Europa, la incapacità cioè di provvedere e garantire la propria autodifesa a fronte di possibili attacchi esterni, di natura convenzionale o anche “ibrida”.

Un altro limite che viene costantemente messo in rilievo in relazione al nostro tema di oggi (ed il riferimento in questo caso è diretto specificamente all’Unione) è l’eccesso di burocratismo che l’accompagna sin dalla sua fondazione e che spesso si traduce in un ostacolo pressoché insormontabile a stimolare le innovazioni, a fronteggiare le sfide tecnologiche in atto, a competere con Stati Uniti e Cina nei settori economici di punta e, a ben vedere, a proseguire con decisione nel proprio processo integrativo. Di conseguenza, un mercato di 450 milioni di consumatori ed il secondo PIL mondiale non sono in grado di far valere in pieno il loro peso sulla scena mondiale, trovandosi addirittura nella necessità di accettare, come avvenuto di recente con l’“alleato” statunitense, accordi decisamente squilibrati in materia di dazi, investimenti o acquisti energetici.

La debolezza strutturale europea trova, secondo i più, la sua origine e causa nel principio dell’unanimità, che rappresenta, a eccezione di pochissimi ambiti, un vero e proprio “cardine” della istituzione di Bruxelles. A ben vedere esso forma l’esatto contraltare del diritto di veto riconosciuto a New York ai cinque membri permanenti dell’ONU. Si tratta di “architetture” interne, pienamente accettabili nel periodo del secondo dopoguerra e negli anni immediatamente successivi, ma che non appaiono corrispondere alle esigenze di maggiore dinamismo e flessibilità di un “mondo nuovo”, in costante evoluzione. Non è un caso che Unione Europea e Nazioni Unite siano risultate le grandi escluse dal conflitto israelo/palestinese, non avendovi esercitato - al di là di contribuire, come doveroso, all’assistenza umanitaria - alcuna influenza sulle parti in causa e, di conseguenza, nessun ruolo nella messa a punto di una soluzione negoziata. Non è neppure un caso che sulla sostanziale “inutilità” di entrambe le organizzazioni si siano espressi in più occasioni e in termini affatto discordanti sia il presidente degli Stati Uniti Trump che l’omologo russo Putin, accomunati dal disegno di scardinare i principi del multilateralismo e di creare i presupposti per un ordine globale basato sui rapporti di forza, dando concretezza alla formula del might takes right.

Per contrastare tale preoccupante deriva autoritaria, ritengo fondamentale che quanto realizzato dall’Europa dal 1957 ai nostri giorni, sintetizzato con il termine acquis comunitario, vada viceversa adeguatamente valorizzato e tutelato da possibili rimesse in discussione, anche parziali.

Al di là degli esistenti “errori di costruzione” su alcuni dei quali ci siamo brevemente soffermati e che sono d’altronde da ritenersi inevitabili in una struttura così complessa, l’Europa rappresenta di gran lunga la parte di mondo in cui i valori di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’Uomo (in primis di ogni tipo di minoranze), parità di genere e solidarietà sociale trovano la più ampia affermazione, accompagnati, se bisogno ve ne fosse, da strumenti di adeguata tutela. Due cifre illustrano più che eloquentemente la situazione di privilegio offerta dal nostro Continente ai suoi abitanti, con il 7 per cento della popolazione mondiale a disporre del 25 per cento della spesa complessiva di welfare.

Intervenendo recentemente, con l’abituale sensibilità e acume politico, alla annuale conferenza degli ambasciatori italiani, il presidente Mattarella ha utilizzato a difesa dell’Europa e dei suoi valori concetti di estrema chiarezza e di altrettanto decisa assertività, di cui riporto di seguito uno dei passaggi centrali: «Appare a dir poco singolare che mentre si affacciano, in ambito internazionale, esperienze dirette a unire Stati e a coordinarne le aspirazioni e le attività, si assista a una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti dell’Unione Europea, alterando la verità e presentandola anziché come una delle esperienze storiche di successo per la democrazia e i diritti, sviluppatasi anche con la condivisione e con l’apprezzamento dell’intero Occidente, come una organizzazione oppressiva, se non addirittura nemica della libertà».

In base alle considerazioni che precedono, nei voti augurali che dirigo all’inizio di ogni anno alla mia cerchia di amicizie e conoscenze, includerò, virtualmente, anche il nostro Continente di riferimento, rendendolo destinatario di auspici di “salute, successo e felicità” analoghi a quelli riservati alle persone fisiche.

Sarei naturalmente ben lieto se qualcuno dei lettori si sentisse incoraggiato a fare altrettanto, esprimendo per l’occasione dal cuore un convinto «Buon 2026, Europa!»

 

Il Reggente, Marco Marsilli

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