TEMPESTE A GAZA

 

Le tempeste sono tornate a colpire Gaza, aggravando una situazione umanitaria già al limite. Piogge torrenziali e freddo intenso stanno mettendo in ginocchio migliaia di famiglie costrette a vivere in tende precarie, mentre bambini e adolescenti restano esclusi dai servizi essenziali di protezione e supporto psicologico.

Secondo alcune organizzazioni umanitarie, la riapertura del valico di Rafah in un’unica direzione non risponde ai bisogni della popolazione intrappolata nella Striscia. Consentire l’uscita senza garantire l’ingresso degli aiuti equivale, denunciano, a trasformare la sopravvivenza in uno strumento di pressione, spingendo i palestinesi lontano dalla loro terra. Una misura che viene definita una violazione del diritto internazionale umanitario, oltre che degli impegni previsti nella prima fase del piano di cessate-il-fuoco con Israele.

Nei campi improvvisati l’acqua piovana invade le tende e rende inutilizzabili coperte e materassi. Molte persone trascorrono la notte sveglie e al freddo perché tutto ciò che possiedono è fradicio. Mancano pali per montare le tende, teloni resistenti, vestiti caldi, scarpe e coperte. Le restrizioni su materiali considerati “a duplice uso”, cioè che possono essere utilizzati per offendere o per uccidere, bloccano anche gli utensili per aggiustare i ripari danneggiati e per intervenire su un sistema igienico-sanitario compromesso da due anni di bombardamenti.

Le conseguenze colpiscono in modo particolare i più piccoli. Durante le recenti tempeste, metà degli spazi “a misura di bambino” gestiti dalle organizzazioni umanitarie è stata costretta a chiudere a causa degli allagamenti e della contaminazione da liquami. Nelle aree rimaste aperte si è registrato un forte calo delle presenze: il terreno impraticabile e la mancanza di indumenti adeguati impediscono ai bambini di uscire dalle tende. Servizi che offrivano un minimo di sollievo psicologico e accesso all’apprendimento sono diventati di fatto irraggiungibili.

Nonostante le restrizioni, gli operatori sul campo continuano a intervenire con risorse reperite localmente. Quando possibile vengono distribuiti kit invernali per la casa, materiali di protezione per i bambini e aiuti in denaro per consentire alle famiglie di acquistare beni di prima necessità. A inizio dicembre sono arrivati anche kit igienici e per l’allattamento, quantità però insufficienti rispetto ai bisogni di una popolazione di quasi due milioni di persone.

Gli operatori umanitari sottolineano che Israele ha l’obbligo legale di garantire i bisogni fondamentali della popolazione civile. Revocare l’assedio, aprire i valichi in entrambe le direzioni e consentire un accesso umanitario pieno e sicuro non è solo una richiesta politica, ma un dovere previsto dal diritto internazionale. Senza questi passi, l’inverno rischia di trasformarsi nell’ennesima emergenza silenziosa, pagata soprattutto dai bambini di Gaza.

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