LA FIACCOLA OLIMPICA ALLA CAMPANA

 

La fiaccola olimpica che sta attraversando l’Italia in vista dei giochi di «Milano Cortina 2026» il 18 gennaio sarà alla Campana dei Caduti. Non si tratta di una passerella, ma del riconoscimento che Maria Dolens è il simbolo della Pace, così come quella fiamma rappresenta la capacità dei popoli di confrontarsi nell’ambito di regole condivise. Certo, corsa dei tedofori che si susseguono aggiungendo ognuno un piccolo tratto al percorso che si concluderà il 6 febbraio con il momento dell’inaugurazione è anche una occasione di sviluppo turistico, ma il significato di quel fuoco è soprattutto un altro, e affonda le radici nell’antica Grecia, dove i Giochi erano indissolubilmente legati all’ekecheiria, la tregua sacra che imponeva la sospensione dei conflitti affinché atleti e spettatori potessero raggiungere Olimpia in sicurezza. In quella fiamma ardeva l’idea che, almeno per un tempo limitato, la violenza dovesse cedere il passo al confronto leale, alla parola e al gesto sportivo. Non a caso Pindaro celebrava i Giochi come massima espressione dell’armonia umana, ricordando che «una sola è la stirpe degli uomini e degli dèi», uniti dalla stessa luce.

Platone, nel celebre mito della caverna, vedeva nella luce il passaggio dall’ombra alla consapevolezza, e la fiamma olimpica porta con sé proprio questa aspirazione: rendere visibile l’idea che lo sport possa educare, elevare e mettere sullo stesso piano individui diversi per origine, lingua o condizione sociale. Nell’antichità, durante i Giochi, contava il valore dell’atleta, non la sua provenienza e questo principio anticipa l’idea moderna di uguaglianza dei diritti.

Oggi, la fiamma che attraversa diversi continenti ogni volta che le Olimpiadi stanno per iniziare, rinnova quella visione in chiave globale: non esiste un popolo escluso dal suo passaggio, così come non dovrebbe esistere un diritto negato. La staffetta della torcia diventa allora una metafora potente della responsabilità collettiva: la Pace, come il fuoco, va custodita e trasmessa.

Nei tempi moderni la competizione è vista perlopiù come contrapposizione, a volte come scontro. Ma nel pensiero antico, lo sport era pensato come strumento di equilibrio sociale. Aristotele riconosceva nell’esercizio fisico un elemento essenziale per la formazione del cittadino, perché insegnava misura, rispetto delle regole e riconoscimento dell’altro. La fiamma olimpica richiama ancora oggi questi valori, ricordando che la competizione autentica non si fonda sull’esclusione, ma su pari condizioni di partenza e sul rispetto per tutti. Solo in questa dimensione lo sport diventa linguaggio universale che promuove i diritti umani.

La rinascita della fiamma nei Giochi moderni non è quindi solo un omaggio alla tradizione, ma un atto simbolico profondamente politico. Accendere il braciere significa affermare che la dignità della persona viene prima delle divisioni nazionali, ideologiche o religiose. La fiamma olimpica suggerisce che esiste un modo di misurarsi confrontandosi secondo regole condivise.

Ogni tappa della staffetta dei tedofori ribadisce che lo sport può essere spazio di inclusione. Atleti di ogni genere, provenienza e condizione sociale trovano nella fiamma un segno di riconoscimento e pari valore. È un messaggio che dialoga con l’idea moderna di diritti umani universali, ma che ha radici antiche: già Solone legava la giustizia all’equilibrio e alla partecipazione di tutti alla vita della polis.

Quando la fiamma arriverà allo stadio e il braciere si accenderà, non si inaugurerà soltanto un evento sportivo. Si rinnoverà un patto simbolico che unisce uguaglianza e libertà. Quel fuoco ricorda che lo sport, come la democrazia, vive di regole comuni e rispetto reciproco. Anche per questo la tappa dei tedofori sul Colle di Miravalle sarà uno dei molti modi con cui la Campana ci ricorda che la Pace si costruisce ogni giorno nella piccole e nelle grandi cose.

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