ACCADE ALL’ONU
GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

 

Gran parte delle giovani che subiscono queste pratiche si trovano in 29 Paesi africani, una quota decisamente minore vive in regioni dell’Asia a predominanza islamica

Serve solo un rasoio, a volte una lametta. Fa male, è vero, ma l’hanno già fatto la nonna, la mamma, tutte le sorelle più grandi, le amiche. Quasi tutte. È normale. Del resto è ora di sposarsi, di diventare grandi. E poi che direbbe la gente, il villaggio, i capi religiosi, gli uomini. Soprattutto gli uomini.

Come può una ragazzina contrapporsi a tutto il proprio mondo per impedire che le vengano praticate le mutilazioni genitali? Non può, almeno da sola. Ci vorrebbe un padre illuminato, perché la madre generalmente non ha voce in capitolo. Qualcuno c’è, ma si tratta di mosche bianche. Ci vuole un uomo che deve avere coraggio, e anche la capacità economica di abbandonare tutto e cambiare vita. Succede di rado, ed è così che ogni anno circa tre milioni di ragazze in nome della tradizione vengono sottoposte a questa pratica inaccettabile, che ha conseguenze fisiche e psicologiche permanenti.

Gran parte delle giovani che subiscono le mutilazioni si trovano in 29 Paesi africani, una quota decisamente minore vive in Asia, in zone a predominanza islamica. Il fenomeno è complesso, include pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale, dei genitali esterni, e può variare anche di molto in aree diverse. Malgrado sia riconosciuta a livello internazionale come una violazione estrema dei diritti e dell’integrità delle donne, questa resta una piaga che non si riesce a estirpare. Per non farcelo dimenticare dal 2012 ogni anno, il 6 febbraio, le Nazioni Unite organizzano la «Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili», che ha lo scopo di tenere la luce accesa su una problematica universale che riguarda anche l’Europa occidentale, l’America del Nord, l’Australia e la Nuova Zelanda, dove molte famiglie immigrate continuano a rispettare questa tradizione.

A eseguire le mutilazioni sono principalmente donne, a volte levatrici, raramente ostetriche. Il loro lavoro non è considerato di particolare valore, la remunerazione è bassa. Il loro sostentamento è legato in gran parte all’esito di questi interventi. Signore non più giovani, che sono state vittime delle stessa pratica, con il tempo hanno dovuto accettarla per poi diventare loro stesse strumento di quella che l’Onu definisce «la manifestazione di una profonda e radicata disuguaglianza di genere».

Magari a qualche bambina è venuto in mente di allearsi con le amiche e ribellarsi contro la nonna, la mamma, tutte le sorelle più grandi e soprattutto contro il papà. Ma sono cose che si vedono solo nelle serie televisive. Anzi nemmeno lì. Nessuno racconta queste storie su Netflix, e spesso nemmeno sui giornali.