Ad un continente europeo dilaniato da ormai oltre tre mesi da un devastante conflitto armato e disperatamente alla ricerca di una soluzione negoziata che impedisca alla crisi in atto di assumere contorni ancora più dirompenti, uno dei suoi Paesi più rappresentativi, la Francia, non ha fatto mancare l’attesa “buona novella”.

Nel turno di ballottaggio del 24 aprile scorso, il Presidente uscente Emmanuel Macron è stato, infatti, confermato nell’incarico per un ulteriore quinquennio, prevalendo nettamente (seppur non in maniera schiacciante) sulla ormai consueta rivale di estrema destra, Marine Le Pen. Il voto è stato caratterizzato da un elevatissimo tasso di astensionismo (28 per cento), il più alto della storia del Paese.

Che alla guida del secondo Paese, in termine di Prodotto interno lordo, dell’Unione Europea nonché dell’unico dei 27 a possedere l’arma nucleare (la ben nota force de frappe) si sia mantenuto un riconosciuto paladino della democrazia liberale e un convinto sostenitore della integrazione europea, costituisce - specie di questi tempi - motivo non solo di soddisfazione ma anche di sollievo. Il fatto, poi, che egli consideri l’Italia come una alleata imprescindibile sia sul piano bilaterale (ricordiamo il recente “Trattato del Quirinale”) che a Bruxelles, al momento delle scelte di fondo di quelle istituzioni, rappresenta per il nostro Paese, spesso in cerca di una più adeguata visibilità internazionale, un elemento di indubbia riassicurazione.

A conferma di quanto precede, pensiamo per un attimo ai provvedimenti - così come preannunciati in sede di campagna elettorale - che Marine Le Pen avrebbe attuato, una volta insediata all’Eliseo.

Essi avrebbero spaziato dal progressivo sgretolamento delle istanze comunitarie, sostituite dai nuovi centri di potere del “sovranismo”, alla retrocessione dei diritti civili e sociali in nome di un temibile, anche perché imprecisato, ritorno «all’etica dei valori», alla uscita della Francia dal comando integrato della Nato, alla politica di “crescita zero” applicata all’immigrazione, a una linea di pronunciato appeasement nei confronti degli scellerati disegni neo-imperialisti del tiranno russo. Abbastanza per rallegrarsi dello scampato pericolo...

Ciò premesso, dal voto del 24 aprile sono anche emersi elementi decisamente meno positivi. Il miglioramento del risultato di Marine Le Pen, in primo luogo, passato dal 33 per cento delle consultazioni del 2017 all’odierno 41 per cento, il che equivale a un incremento di 2 milioni di sostenitori, in un bacino complessivo di 13 milioni di voti. In secondo, nell’evidenziarsi oltralpe di una sempre più netta dicotomia elettorale, con i francesi più poveri, meno istruiti e residenti in aree svantaggiate massicciamente schierati con Marine Le Pen, e i loro connazionali abbienti, culturalmente e professionalmente formati ed abitanti di quartieri “privilegiati”, uniti nel convinto appoggio a Emmanuel Macron. Nella prima delle due categorie si riconoscono, evidentemente, i francesi d’oltre mare (residenti nei cosiddetti Dom Tom) che hanno plebiscitato Le Pen.

In attesa del “terzo tempo” (per una più compiuta valutazione del complesso della tornata elettorale, in Francia è infatti d’obbligo attendere i risultati delle “legislative”, tradizionalmente fissate a un paio di mesi di distanza dalle “presidenziali”), appare già oggi chiaro come in vista del superamento di tale profonda divaricazione (già manifestatasi - prima della pandemia - attraverso il fenomeno dei gilets jaunes) Macron debba attivamente impegnarsi in un ampio programma di riforme in campo economico e sociale. Fra le più urgenti, quelle relative al lavoro, all’istruzione e al sistema pensionistico. Come da lui stesso sottolineato “a caldo” non appena conosciuto l’esito delle urne, tali provvedimenti dovranno contraddistinguersi per la loro «inclusività» e per l’impegno «a non lasciare nessuno per strada». D’altronde, il consistente numero di adesioni raccolto al primo turno dal candidato della cosiddetta “sinistra non sottomessa”, Jean Luc Mélenchon, poi in prevalenza confluite, in sede di ballottaggio, proprio sul Presidente uscente, costituisce un’ipoteca impossibile da non onorare.

Che alla guida della Francia si sia mantenuto un convinto sostenitore della integrazione europea è motivo di soddisfazione e di sollievo

Va anche sottolineato che il problema delle “due realtà” conviventi in un’unica nazione è lungi dal rappresentare una caratteristica solo francese. Un po’ dappertutto, sul Continente, sono proprio le aree trascurate dallo Stato (le periferie urbane problematiche, le zone rurali impoverite, ecc.) i territori che più di altri si prestano all’incubazione della xenofobia, dell’intolleranza, del razzismo e, nei casi più gravi, anche del terrorismo. Di qui, l’urgenza di “reintegrarle” attraverso piani mirati di sostegno.
In campo internazionale, nonostante il fatto che la Presidenza di turno francese dell’Unione Europea stia ormai volgendo al termine (fine giugno), appare essenziale che Macron continui a rappresentare, assieme al Cancelliere tedesco e al Premier italiano, il terzetto di punta chiamato a orientare il resto dell’Europa verso le decisioni-chiave che l’attendono. In estrema sintesi, tre appaiono particolarmente “scottanti” e in quanto tali indifferibili: un progetto organico per tentare di portare a soluzione l’orribile conflitto russo/ucraino, una seria politica di accoglimento/inserimento dei flussi emigratori (ormai provenienti non solo, come in un recente passato, da Sud, ma, e in maniera ben più massiccia, anche da Est) e, infine, la messa in opera di un sistema efficace di difesa comune, non ottenibile senza la creazione di un vero esercito europeo. In aggiunta, il passaggio dal voto per unanimità a quello a maggioranza qualificata rappresenta, di gran lunga, la riforma dei Trattati più attesa.
Come annotazione finale, alla realizzazione di tale, indubbiamente impegnativa, agenda di obiettivi, potrà contribuire anche un auspicabile cambio di passo nell’atteggiamento personale di Macron, molto spesso identificato, tanto in patria quanto all’estero, nell’arrogante tecnocrate “primo della classe”. Un approccio meno autoreferenziale e più disponibile al confronto dialettico con gli altri non mancherebbe infatti di ripercuotersi positivamente nei confronti dei suoi interlocutori, tanto francesi che stranieri, a tutto beneficio del bene collettivo, domestico e internazionale.

Il Reggente, Marco Marsilli

L’Ue ha bisogno di un sistema efficace di difesa comune non ottenibile senza la creazione di un esercito europeo