La Voce di Maria Dolens

Per offrire uno spazio di riflessione in questo periodo del tutto straordinario che stiamo vivendo, la Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto ha chiesto a Marcello Filotei, giornalista de "L'Osservatore Romano", di scrivere ogni giorno un breve articolo che prendendo spunto dall'attualità richiami l'importanza dei valori ai quali si ispira l'attività della Fondazione.
La rubrica si intitola "La voce di Maria Dolens" e viene pubblicata sul quotidiano "L'Adige" nelle pagine di Rovereto.

 

L'Italia era campione del mondo e lui l'aveva accompagnata in piedi dalle tribune del Santiago Bernabéu, col dito che faceva “no” e lo storico: “Non ci prendono più”. Tutti patrioti quel giorno, in strada con la faccia tricolore. Poi bisogna continuare a difendere quei colori anche quando fischiano rigori inesistenti e passano sotto silenzio falli da cartellino rosso. Sandro Pertini l'ha fatto tutta la vita, sognando prima la democrazia e poi la Repubblica. Il 22 settembre del 1984 ha scelto di farlo alla Campana partecipando alle “Riflessioni sulla pace”. Non era il primo inquilino del Quirinale ad ascoltare Maria Dolens e non sarebbe stato l'ultimo. Prima di lui, nel 1975, era arrivato Leone, e dopo sarebbe stata la volta di Ciampi, nel 2000. I ministri non si contano, tranne uno, l'attuale presidente. Per tutti era chiaro che dal Colle di Miravalle si vede il mondo, con le sue punizioni ingiuste, le molte entrate scorrette e i rari momenti di euforia. Il 2 giugno di 74 anni fa abbiamo inaugurato la Repubblica dopo essere fuggiti da una dittatura. Forse, se non ce lo dimentichiamo, “non ci prendono più”. La Campana riapre e la rubrica chiude, arrivederci. Orecchie sempre aperte, oggi eccezionalmente alle 12.

«La situazione in Italia è grave, ma non è seria». Lo ha detto Ennio Flaiano giocando a scopone scientifico con Elvis Presley e Michael Jackson. Col morto perché il quarto non si trova mai e Alberto Sordi ha smesso. Avevano appena appreso dai notiziari che il coronavirus non esiste, che è un'invenzione dei “poteri forti” decisi a instaurare una “dittatura sanitaria”. Lo urlavano, qualche volta da dietro alle mascherine, centinaia di manifestanti a Roma e a Milano, alcuni col gilet. Protestavano per problemi reali che vogliono risolvere smantellando una macchinazione globale pluto-massonica, forse pure giudaica. È già successo: grave crisi economica, forte svalutazione della moneta, individuazione di un nemico esterno, dittatura, guerra. Qui vicino, poco più a nord, nemmeno cento anni fa. Manifestiamo se qualcosa non va, soprattutto se siamo da mesi senza stipendio, ma guardando la realtà negli occhi, meglio se tutti con la mascherina. Possibilmente non tricolore però, perché quel simbolo è di tutti e tirandolo da una parte e dall'altra rischia di lacerarsi. Elvis è morto e magari Flaiano aveva torto. La situazione è grave, speriamo sia pure seria. Orecchie aperte alle 21.30.

Il valore della dignità umana sta al di sopra della sovranità degli Stati. La rivoluzione è cominciata il 10 dicembre 1948 e non è ancora finita. Il programma eversivo è stato sintetizzato dai facinorosi nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite riunita a Parigi. Ostinati utopisti hanno gettato il seme di un radicale cambiamento giuridico, politico e culturale. Strano che non riesca a germogliare, perché le cose sono spiegate chiaramente. Forse siamo noi che tendiamo a selezionare nella lettura solo quello che ci conviene. Perché se è vero che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» è anche auspicabile che agiscano «gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Sarebbe sufficiente il primo articolo, però tutto. E basterebbe seguire le istruzioni per l'uso inserite nel Preambolo. Lo strumento più efficace per la promozione dei diritti della persona e dei popoli è «l’insegnamento». Responsabilità ed educazione, le direttrici in astratto. Attenzione quotidiana e didattica, le azioni in concreto. Però bisogna essere rivoluzionari, e pure ostinati. Orecchie aperte alle 21.30.

Le guerre partono tutte con grandi ideali, poi diventano materia. Nel Dottor Živago c'è Strel’nikov che possiede «in misura rara purezza morale e senso della giustizia». Va al fronte con le migliori intenzioni, ma «alla sua coerenza di principi mancava l’incoerenza del cuore, che non conosce casi generali, ma solo il particolare, ed è grande perché agisce nella sfera del piccolo». Finisce a fucilare le persone. Boris Pasternak non piaceva ai sovietici, perché aveva scritto un romanzo d’amore, ambientato durante la rivoluzione del 1917, in cui il protagonista rivendica il diritto alla vita privata e misura la distanza tra gli ideali del conflitto e i morti in strada. Il 30 maggio del 1960 il poeta morì tra gli insulti dei quotidiani locali. Gli rimproveravano di avere ricevuto il Nobel. Aveva rinunciato al premio, ma non era bastato. Fecero di tutto per nascondere il luogo del funerale, ma al cimitero di Peredelkino arrivarono in molti. Gli agenti insistevano perché si sloggiasse in fretta. Qualcuno si fermò a leggere poesie. «È successo più volte nella storia. Quello che era stato concepito in modo nobile e alto, è diventato rozza materia». Orecchie aperte alle 21.30.

Portare la pace dove non c'è è un lavoro pericoloso. Negli ultimi 72 anni c'è chi l'ha fatto tutti i giorni. Oltre 3400 persone sono morte mentre ci provavano. Erano militari, agenti delle forze dell’ordine e civili inviati nelle zone più calde del mondo per osservare, dialogare e prevenire. Non è sempre stato così, è iniziato tutto nel 1948, il 29 maggio, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto la cessazione delle ostilità in Palestina e ha deciso che la tregua sarebbe stata monitorata da mediatori neutrali assistiti da militari. Lo stesso giorno fu inaugurata la prima operazione dei “caschi blu”. Da allora il 29 maggio si celebra la Giornata internazionale degli operatori di pace, gente seria con un sogno. Stanno lavorando in zone pericolose, anche oggi. In questo momento esatto sono in corso sedici missioni in quattro continenti. Più del 95 per cento delle spedizioni ha come principale compito la protezione dei civili. Ma ci sono posti dove nemmeno i diritti umani sono garantiti. Per questo 600 persone in nove paesi sono impegnate a farli rispettare. Lavorare per la pace è difficile e bisogna farlo tutti i giorni. Orecchie aperte alle 21.30.

Fase 1, maggio 1961. Fatta a pezzi. Rinascere si può, ma ci vuole tempo. A Rovereto montavano le polemiche sulla futura collocazione, intanto c'era chi lavorava. Il giorno della rifusione, la terza, fu fissato per il 1° ottobre 1964. Mancava un po' di metallo da aggiungere, ma si è trovato. 11.40, un voce urla: «Aprite». Duecentosettanta quintali di colata incandescente nello stampo a una temperatura di 1230 gradi. Adriano De Biasi c'era e l'ha raccontato su «L'Adige». Un quarto d’ora di tensione, poi caldo e attesa. Era nata Maria Dolens, la più grande campana del mondo che suona a distesa. Mancava una cosa: l'abbraccio della città. Fase 2. 28 maggio 1966, “Giornata del Ricordo”, sul Colle di Miravalle è il momento dell'inaugurazione. Reggente, presidenti, ministri, ambasciatori, discorsi, applausi, silenzio, suono. Se hai un obiettivo, fai le cose con calma e sai chiedere aiuto puoi ricominciare da capo, tenere la parte buona, aggiungere quello che manca, e dare nuova forma alla speranza. Col metallo fuso ci vogliono gli esperti, con le persone la responsabilità. La nostra fase 1 è finita, è ora di passare alla 2. Rinascere si può, ma ci vuole tempo. Orecchie aperte alle 21.30.

Per evitare qualche guerra e mantenersi in salute è utile anche annaffiare le piante. Nell'ultimo secolo abbiamo preferito distruggere le foreste e utilizzare senza limiti tutto quello che ci serviva. Non è stata una buona idea. Secondo l'Agenzia europea dell'ambiente abbiamo creato la “tempesta perfetta” per la diffusione delle malattie. Ironicamente stiamo pagando il conto proprio nell'anno che l'Onu ha dedicato alla conservazione della biodiversità. Poi di solito dalle zone desertificate la gente si sposta, così come dalle aree che non possono dare più niente dopo essere state spremute fino all'ultima goccia. Fiumi di disperati si mettono in viaggio, arrivano dove ancora c'è da mangiare, il cibo non basta per tutti, rivolte, guerre. È già successo. Forse non è un caso che nell'agenda 2030 della Nazioni Unite figurino uno accanto all'altro obiettivi come la “lotta al cambiamento climatico” e la ricerca di pace e giustizia attraverso istituzioni solide. Dovevamo cominciare a lavorarci cinque anni fa, ma eravamo impegnati a deforestare. Magari possiamo cominciare ad annaffiare le piante, pare che aiuti mantenersi in salute e a evitare qualche guerra. Orecchie aperte alle 21.30.

Forse tutto questo poteva essere evitato. L'Organizzazione Mondiale della Sanità aveva avvertito nel 2017 del rischio di una pandemia imminente. Ma indietro non si può andare quindi andiamo avanti. Ora alla sensazione di essere invincibili si è sostituita quella della paura, certe volte anche dell'ansia. Si è fermato tutto, come un meccanismo usurato che non ce la fa più a girare. Rimane da decidere se ci conviene cercare ritornare al mondo di prima o provare a costruire qualcosa di diverso. Nella nostra vita precedente oltre a non avere ascoltato l'allarme virus abbiamo anche sottovalutato il cambiamento climatico. Fa più caldo, pazienza. Intanto otto isole sono scomparse nell’Oceano Pacifico a causa dell’innalzamento dei mari e il ghiacciaio del Monte Bianco è a rischio collasso. Ma indietro non si può andare quindi andiamo avanti. Abbiamo anche ignorato le richieste di aiuto di intere popolazioni lasciando che a risolvere certe questioni fossero le guerre. Al momento sono una trentina quelle in corso. Solo in Africa ci sono 30 stati e 274 gruppi armati coinvolti. Nel vecchio mondo ascoltavamo poco. Ma indietro non si può andare, almeno proviamo ad andare avanti. Orecchie aperte alle 21.30.

A volte c’è bisogno di giocare. Buio. Occhio di bue. Scacchiera. Due grandi maestri si confrontano seguendo le regole. Un arbitro supervisiona. Tutto normale se non fossero un russo, Vladimir Dobrov, e un ucraino, Valeriy Nevyerov. Le loro comunità nazionali guardano da vicino, in silenzio. Cittadini di paesi che vivono una forte crisi bilaterale seduti fianco a fianco. Bella mossa. Era il 21 settembre del 2017, giornata internazionale della pace, e la Campana faceva il suo lavoro, avvicinava le persone. Una metafora della diplomazia, del tentativo di risolvere i conflitti all'interno di un quadro, o di un quadrato, di norme condivise, con qualcuno che garantisce. Poi certo c'è uno sconfitto, ma “chi impara non perde mai”. Spesso lo sport è stato usato come strumento di dialogo. Le Olimpiadi invernali di Pyongyang nel 2018 hanno segnato un riavvicinamento tra le due Coree, la diplomazia del ping pong negli anni Settanta favorì la distensione tra Washington e Pechino. Siamo tutti concentrati sulla pandemia, ed è normale. Ma mentre il virus attacca, in giro per il mondo le guerre non si sono fermate. Forse c’è ancora bisogno di giocare. Orecchie aperte alle 21.30.

André Dalvit è un medico. Fa parte di quella schiera di operatori della sanità che stanno lottando contro il virus. In questo periodo li chiamiamo eroi e tra poco correremo il rischio di dimenticarli. La sua famiglia è originaria di Grumes, in Val di Cembra, ma lui sta lavorando in un'altra valle, quella di Fensch, in Lorena. È stato colpito dalla malattia, come tanti colleghi. È stato ricoverato, si è curato e ha superato la crisi. Spera di tornare presto al lavoro per ricominciare ad aiutare chi ancora ne ha bisogno. È uno dei tanti “trentini nel mondo”, quelli che pur vivendo lontano dalla terra d'origine non l'hanno dimenticata. Dal 1957 hanno fondato oltre duecento circoli in ventisei paesi sparsi in quattro continenti. Si ricordano tutti da che valle veniva il nonno, o più spesso il bisnonno. Amano due terre, ma non sono bigami, sono integrati, ricordano il passato e guardano avanti. Conoscono bene le parole memoria e futuro e sanno usarle per costruirci sopra un avvenire di condivisione. Le loro sono storie di iniziale diffidenza che è diventata profonda amicizia. Per questo dal 2008 sono gli ambasciatori di Maria Dolens nel mondo. Orecchie aperte alle 21.30.

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